giacomo

Le città di pianura

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«Non rimarrà più nulla di questa Regione. Solo un’enorme infrastruttura, solo modi di muoversi da un posto all’altro, ma nessun luogo dove andare»


Le città di pianura è la storia di un "giro dei bar" prolungatosi oltre ogni previsione. I due protagonisti sono individui marginali, con la bevuta facile e una visione del mondo tutta loro. Se ne aggiunge un terzo, che una visione del mondo chiara, ancora, non ce l'ha e si lascia affascinare dall'allegria apparente degli altri due.

Il film ci catapulta in un Veneto post-industriale in cui la strada e le sue infrastrutture sembrano le uniche strutture ancora in vita. È un caos narrativo ricco di svolte e incroci, pieno di storie aperte e lasciate andare senza una conclusione, trattate con una certa leggerezza esistenziale, per scivolare sorridendo da un bar all'altro.

Si parla di tre, ma si racconta di tanti: di generazioni intere.
Le generazioni dei nonni, di chi ha dedicato la vita al lavoro e ad una azienda ed è stato poi abbandonato davanti ad una slot machine ad "instupidirsi".

Si parla di giovani che non si capiscono, che si prendono e si perdono così facilmente e fanno una gran fatica a trovare un punto di contatto tra di loro.

Ma soprattutto, parla di chi si ritrova ad essere un bullone dentro a un ingranaggio che a un certo punto l’ha sputato fuori e non lo ha più fatto rientrare.
E in questo senso, il giro dei bar, da un pellegrinaggio alcolico, diventa una missione di resistenza per sopravvivere alla notte, insieme.


Mi ha fatto davvero una buona impressione, prima di tutto perchè mi è sembrato un film autentico con una narrativa onesta. Si pone lontano dai mille artefatti del "cinema di massa" (espressione che no so se esista) e si scava un posto tutto suo, immerso in questa malinconia leggera e quasi confortevole. Dipinge il Veneto di chi lo conosce (Francesco Sossai nasce a Feltre, Belluno) senza cercare di romanticizzarlo o di renderlo trendy/affascinante fuori modo.
Mi piacciono i film così.

E poi c'è un'altra cosa. C'è il fatto che, secondo me, si riesce a percepire l'affetto che il regista prova verso i suoi personaggi.
Si prende tutto il tempo per farceli conoscere, senza fretta. Non c'è foga di dimostrare che siano degli eroi. Non ce n'è nemmeno il bisogno.

La strada guida il racconto e noi scopriamo con chi abbiamo a che fare piano piano, un po' come Giulio nel film.